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Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 13 del 10 maggio 2012

ISSN: 2280-756X

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Foresta e monaci camaldolesi

Un rapporto millenario tra gestione e conservazione


Carlo Urbinati1, Alma Piermattei1, Raoul Romano2
1 Università Politecnica delle Marche, 2 Istituto Nazionale di Economia Agraria

Agrimarcheuropa, n. 3, Settembre, 2012

Introduzione

Mille anni fa, nel 1012, intorno ad  piccolo nucleo di monaci insediatisi silenziosamente in uno splendido angolo del Casentino, scelto da San Romualdo, monaco ravvenate dell’Ordine Benedettino, nacque il Sacro Eremo di Camaldoli, attorno al quale si costruì la millenaria storia delle omonime foreste e dei loro infaticabili proprietari e gestori, raccolta nel volume “Foresta e monaci camaldolesi. Un rapporto millenario tra gestione e conservazione” (Urbinati e Romano, 2012). Esso rappresenta un ulteriore capitolo del progetto di ricerca dal titolo “Codice Forestale Camaldolese: La ricerca delle radici della sostenibilità”, finanziato dal MIPAAF e successivamente dalla Regione Marche (mediante una convenzione fra  INEA, Istituto Nazionale di Economia Agraria e Collegium Scriptorium Fontis Avellanae) con l’obiettivo di recuperare, valorizzare e diffondere il patrimonio storico-culturale della millenaria gestione agro-silvo-pastorale del territorio montano operata dalla Congregazione Benedettina Camaldolese.  Una grande quantità di documenti presenti presso l’Archivio di Stato di Firenze e gli Archivi dell’Eremo e del Monastero di Camaldoli sono stati riprodotti in formato digitale ed ora sono riuniti e disponibili per consultazione e ulteriori ricerche nel sito specifico dell’INEA, www.codiceforestale.it. Specifiche convenzioni con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Politecnica delle Marche hanno consentito la ricostruzione e l’analisi di criteri e tecniche di gestione forestale dei Camaldolesi, raccolte in due volumi (Romano, 2010; Urbinati e Romano, 2012).

 

Il sistema Camaldoli: eremo, cenobio e foreste

Anche in Casentino, come in altre realtà dell’Appennino e della montagna italiana, la foresta costituisce la matrice entro cui si è sviluppata la storia del paesaggio, della cultura e delle tradizioni locali. Un sistema in cui monaci, contadini, pastori, artigiani e boscaioli, si sono quotidianamente rapportati con la natura definendone i contorni, la struttura e le caratteristiche che ancora oggi conosciamo, ammiriamo e tuteliamo. Ma Camaldoli è un esempio unico, perché la gestione sostenibile del bosco e dell’ambiente, a differenza di altri casi, è entrata come parte essenziale, non solo nelle disposizioni, ma anche nelle costituzioni della Congregazione, divenendo parte ineludibile dei doveri dei monaci. 
Salvatore Frigerio, monaco camaldolese presso l’Eremo di Montegiove (PU) e uno dei principali artefici del progetto Codice Forestale Camaldolese, così ha definito Camaldoli: "… un mondo che non è solo una riserva di alberi e di animali, ma che, proprio perché è un mondo, è un risultato di vite, di storie, di processi, di testimonianze, di ricerche, di fatiche, di lotte e di successi, di sconfitte e di vittorie, di solitudini e di incontri non riducibili a un mero problema tecnico ed economico”.
Negli otto secoli e mezzo di proprietà e gestione diretta il sistema Camaldoli (costituito dal Sacro Eremo e dal Cenobio di Fontebuono più a valle), quasi come un  piccolo “stato”,  ha dovuto affrontare enormi mutamenti socio-economici e condividere le risorse territoriali con vicini molto più potenti e meno attenti al loro uso sostenibile, riuscendo nell’impresa di preservare nel tempo la valenza forestale dell’area (Figura 1).

Figura 1 –  Veduta di Eremo (in alto) e Cenobio di Camaldoli (in basso) immersi nelle foreste del Casentino

 

Fonte: Francesco Fontani, Viaggio Pittorico in Toscana, 1801-1803

Sono riconoscibili tre fasi principali nella storia di Camaldoli:

  • l’insediamento ed il consolidamento (X-XIV secolo),  durante il quale l’utilizzo delle risorse forestali fu prevalentemente orientato all’autoconsumo;
  • la consapevolezza della valenza economica dell’abete bianco (XV-XVIII) che determinò un notevole incremento della sua produzione e il passaggio ad un carattere industriale della filiera foresta-legno;
  • la crisi (XIX secolo) e la successiva perdita della proprietà (1866), preliminari ai maggiori danni inflitti alle foreste, avvenuti nella prima metà del ‘900 durante l’amministrazione statale.

Nel tempo gli obiettivi di breve-medio termine e le modalità di gestione sono stati talvolta modificati, determinando cambiamenti anche  nella struttura e nella composizione delle foreste, ma non sono cambiati quelli di lungo termine. Non è mai venuta a mancare la visione olistica del progetto, ovvero il rapporto di stretta comunione fra la natura e l'uomo, attuato per mezzo dell'uomo, quale elemento dell’ecosistema. E’ questo che contraddistingue l’approccio camaldolese alle foreste, fra i tanti esempi di gestione, grandi e piccoli, ecclesiastici e laici, di cui la storia del nostro paese è ricca.

 

La gestione forestale sostenibile a Camaldoli

Il Codice Forestale Camaldolese non è una tediosa raccolta di norme e regolamenti e neppure un documento unico e organico, ma potremmo definirlo un prodotto “multimediale”,  basato sulla Regola della Vita Eremitica scritta dal Paolo Giustiniani nel 1520 (una sintesi delle consuetudini di vita monacale e di gestione della foresta tramandate nei primi 500 anni ed insieme punto di partenza dei successivi 400 anni) integrato dai numerosissimi documenti “sparsi” (I libri della Foresta, gli Atti Capitolari, ecc.) e dalla trasmissione orale delle conoscenze e delle tecniche colturali (Figura 2).

Figura 2 –  Nota di spedizione del 23 Aprile 1830

La nota riporta elenco e caratteri dimensionali dei singoli capi di legname d’abete bianco venduti dai Camaldolesi e  destinati a Firenze tramite fluitazione lungo l’Arno dal porto di Poppi. I foderatori erano i traghettatori che conducevano le zattere di tronchi (foderi) allestite con il legname venduto.
Fonte: I Libri della Foresta, Archivio di Stato di Firenze

I risultati del progetto hanno consentito di caratterizzare le peculiarità del sistema Camaldoli, rispetto ad altre realtà analoghe  quali l’Eremo di Vallombrosa, il Santuario della Verna o altre che hanno gestito per lungo tempo ampi territori forestali del Casentino, come l’Opera del Duomo di Firenze. Fra le tante possiamo ricordare:

  • La gestione del bosco e dell’ambiente naturale nel dettato biblico del “custodire e coltivare”, è parte essenziale delle disposizioni e delle costituzioni della Congregazione, divenendo parte ineludibile dei doveri del monaco e costituendo un continuo riferimento nel lungo termine;
  • l’isolamento dell’Eremo non era fisiografico, ma ha richiesto una continua e oculata gestione della foresta e dei suoi confini. Non si dimentichi che sul vicino crinale appenninico vi erano valichi di importanti vie di comunicazione fra nord e sud d’Italia e d’Europa;
  • Camaldoli fu una sorta di “staterello” (non più di 1.700 ha) incastonato fra le proprietà di potenti signorie e stati dal X al XIX secolo e dovette con intelligenza salvaguardare integrità fondiaria e politica di gestione delle proprie risorse, di cui la foresta rappresentava il principale investimento e rendita;
  • Camaldoli divenne un centro di riferimento importante, culturale e socio-economico per molte popolazioni del Casentino che, aumentate grazie a specifiche politiche di attrazione da parte dell’Opera del Duomo, riconoscevano la maggiore funzionalità (sia economica che ambientale) del sistema camaldolese. Tale concentrazione demografica, costituì anche un fattore di pressione e perturbazione alle cenosi forestali camaldolesi soprattutto nelle aree di margine;
  • la gerarchia della struttura amministrativa camaldolese, il verticismo decisionale nella selvicoltura applicata e la dettagliata registrazione delle operazioni garantirono una gestione duratura e sostenibile delle foreste;
  • la gestione forestale in generale e i trattamenti selvicolturali in particolare,  cambiarono nel tempo in relazione alle diverse esigenze dei monaci e alle funzioni assegnate alle foreste dal mercato e dalle necessità delle popolazioni locali. A Camaldoli dopo i primi secoli di taglio a scelta, si iniziò a partire dal XVI secolo ad applicare progressivamente trattamenti riconducibili al taglio a raso su piccole superfici con rinnovazione posticipata. Si tenga presente che in Europa il passaggio al taglio raso seguì il processo di industrializzazione e l’affermazione del liberismo economico del XVII e XVIII secolo, sebbene pare che a Vallombrosa fosse da sempre applicato il taglio a raso (Figura 3);
  • le utilizzazioni eccessive dovevano essere sempre compensate da un aumento del contingente di rinnovazione (da semenzali, trapianti o semina) e comunque vi erano divieti di taglio lungo le strade per garantire sempre un paesaggio gradevole a chi percorreva le vie di accesso da e per l’Eremo;
  • le maggiori perturbazioni alla foresta di Camaldoli vennero perpetrate nel periodo compreso fra il 1866 e il secondo dopoguerra, cioè quando i Camaldolesi ne avevano già perso proprietà e gestione.

 

Figura 3 – Fustaia coetanea di abete bianco nei pressi dell’Eremo di Camaldoli

Nota: le foreste attuali sono in gran parte il risultato di interventi selvicolturali avvenuti dopo il passaggio allo stato delle proprietà camaldolesi
Fonte:  Urbinati C., giugno 2012.

Naturalmente la gestione forestale applicata non fu sempre esemplare. Infatti dai documenti emergono alcune difficoltà incontrate dai monaci, sebbene non esplicitamente dichiarate. Sono frequenti sia i richiami a una maggiore attenzione nel taglio degli abeti, nel controllo del bestiame in bosco, nell’esecuzione delle ripuliture e della messa a coltura prima della rinnovazione (ronchi), sia specifici divieti affinché la foresta “non scemasse”. Il rischio di cadere nella trappola dell’interesse personale era elevato in un contesto in cui interagivano eremiti, cenobiti, signori, legnaioli, pastori e contadini, in grado di minare l’integrità della foresta. Non si dimentichi infatti la concorrenza dell’Opera del Duomo, foriera di una politica, molto appetibile, ispirata alla massimizzazione del profitto.

 

Conclusioni

Con il decreto Sabaudo di abolizione degli ordini religiosi del 1866, le foreste di Camaldoli diventarono demanio del Regno d’Italia e furono dapprima consegnate al Ministero delle Finanze e poi al Ministero dell’Agricoltura e Foreste. Nel 1974 con il trasferimento delle competenze agro-forestali alle Regioni, 698 ettari della foresta transitarono alla Regione Toscana, che nel 1976 ne affidò la gestione alla Comunità montana del Casentino, mentre 1.076 ettari rimasero allo Stato nell’amministrazione ASFD di Pratovecchio e poi al Corpo Forestale dello Stato. Con l’istituzione nel 1993, del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna, prese forma il desiderio del grande naturalista Pietro Zangheri “affinché i posteri possano arrivare a godere la visione di questi grandi boschi appenninici nel loro aspetto naturale, vergine o quasi”.
Oggi enti diversi (Corpo Forestale dello Stato, Unioni dei Comuni, Ente Parco Nazionale, Regioni Toscana ed Emilia Romagna) rivendicano competenze sulle foreste di Camaldoli, ma obiettivi gestionali e progettualità non sono sempre convergenti. La proposta di restituire ai monaci la gestione delle foreste oggi non è più attuabile, poiché non avendo più le competenze tecniche, dovrebbero affidarsi a enti o società esterne. La gestione attuale delle foreste Casentinesi riguarda poi un’ampia porzione del parco nazionale, ben più estesa dei 1.700 ettari originari di Camaldoli, e deve rapportarsi con un assetto socio-economico e ambientale molto diverso da quello dei secoli pregressi.
I risultati di questa ricerca possono essere utili alla definizione di un sistema di gestione sostenibile delle foreste di Camaldoli, sottolineando la capacità dei monaci di distinguere fra obiettivi di lungo e breve termine che ha garantito al loro sistema gestionale resilienza e durevolezza, nonché, la conservazione della copertura forestale e delle sue molteplici funzioni. Si tratta di un semplice, ma fondamentale insegnamento che dovrebbe essere sempre ricordato nei processi di valorizzazione delle risorse forestali nei territori montani.

 

Riferimenti

Romano R. (a cura) (2010), La Regola della vita eremitica, ovvero le Constitutiones Camaldulenses. Codice Forestale Camaldolese. Le radici della sostenibilità: I volume, INEA, Roma.
Urbinati C. e Romano R. (a cura), (2012), Foresta e Monaci di Camaldoli: un rapporto millenario tra gestione e conservazione, Codice Forestale Camaldolese: III volume, INEA, Roma.

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