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Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 13 del 10 maggio 2012

ISSN: 2280-756X

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I bisogni di innovazione del sistema agroalimentare italiano

Anna Vagnozzi
Istituto Nazionale di Economia Agraria

Agrimarcheuropa, n. 6, Marzo, 2015

Introduzione

Gli attuali indirizzi di politica europea e nazionale puntano all’innovazione sostenibile quale fattore di sviluppo e di crescita economica. Ne sono una dimostrazione tangibile i documenti ufficiali e la normativa pubblicata dall’Unione europea (Europa 2020,  i regolamenti UE sulle politiche regionali, agricole e sociali 2014-2020 e i relativi dispositivi di implementazione), i documenti nazionali e regionali, siano essi strumenti attuativi degli indirizzi europei o documenti di programmazione (Accordo di partenariato, Programmi di sviluppo rurale, Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel sistema agricolo, alimentare e forestale).
In tale contesto, negli ultimi due anni, i diversi soggetti coinvolti sono stati (e sono tuttora) impegnati a confrontarsi e condividere definizioni, individuare ambiti e confini, scegliere strategie e priorità. Tre le domande chiave, alle quali si tenterà di rispondere in questo breve contributo: cosa è l’innovazione? In cosa consiste l’innovazione? Ogni innovazione è diffondibile? L’articolo prosegue poi illustrando i possibili metodi di verifica dei fabbisogni di innovazione e si conclude con alcune riflessioni di sintesi.

Alcune definizioni

Sulla prima questione di cosa sia una innovazione si è ormai arrivati a un’ampia condivisione: è innovazione l’attuazione di un prodotto (bene o servizio) nuovo o significativamente migliorato o di un processo o di un metodo di commercializzazione o di un metodo organizzativo relativo alla gestione economico/finanziaria, dell’ambiente di lavoro o delle relazioni esterne (EU SCAR, 2012). Inoltre, la fonte dell’innovazione può non essere esclusivamente l’attività di ricerca, ma anche il sistema produttivo e territoriale.
Sugli ambiti di applicazione dell’innovazione, l’indirizzo delle politiche è quello di ampliare il campo il più possibile. Sono ritenute innovazioni, nuove idee che trovano applicazione con successo sia nel settore tecnologico che in quello organizzativo-gestionale e sociale. Inoltre, viene adottato il requisito di innovatività indicato nella edizione 2005 del Manuale di Oslo dell’OCSE (OECD, 2005) secondo cui un innovazione è tale se nuova o significativamente migliorata con riferimento al contesto geografico e ambientale in cui si sviluppa; pertanto, il bene, il processo o il servizio innovativo può essere stato adottato per la prima volta in assoluto o per la prima volta da quella impresa (anche se già adottato da altre).
In merito alla diffusione dell’innovazione, il processo ritenuto più efficace è quello che prevede il coinvolgimento congiunto degli utenti e dell’intera rete di soggetti che concorrono alla sua ideazione, standardizzazione e adozione; esso è sinteticamente riconosciuto come approccio bottom up e viene comunemente enfatizzato sottolineando l’importanza di far sviluppare il processo innovativo da problematiche reali delle imprese o da opportunità legate ai territori e alle loro peculiarità. Per molti promuovere questa modalità richiede interventi di sostegno finanziario che non vincolino troppo le azioni di innovazione e che le lascino operare all’interno di una sorta di meccanismo di autoregolazione.
Tale impostazione metodologica, se corretta dal punto di vista del contesto che andrebbe creato per stimolare i sistemi ad innovare, può tuttavia far incorrere le istituzioni pubbliche che governeranno l’applicazione dei Programmi di sviluppo rurale in alcuni rischi di gestione dei processi. In sintesi il quesito da porsi è il seguente: è vero che ogni innovazione è utilmente diffondibile con il solo vincolo che risolva problematiche concrete o consenta di sviluppare opportunità?
A parere di chi scrive, l’intero percorso di promozione dell’innovazione avviato dalle politiche europee deve in realtà rispondere ad alcune specifiche esigenze che le politiche stesse indicano come prioritarie, ovvero: (a) promuovere l’incremento della produttività, ma anche della sostenibilità; (b) individuare strategie di sviluppo che valorizzino le peculiarità dei differenti territori rurali, delle loro imprese, delle produzioni e delle organizzazioni di mercato; (c) incrementare significativamente il livello di innovatività del sistema produttivo agroalimentare e forestale promuovendo azioni di diffusione che abbiano una consistente massa critica.

Metodi per la verifica dei fabbisogni

Per contemperare le due necessità di utilizzare un processo che muova dalle esigenze delle imprese e rispondere alle finalità generali delle politiche può essere di grande utilità l’avvio di azioni di verifica del fabbisogno di innovazione che abbiano l’obiettivo di far emergere le problematiche, di segmentare l’utenza per tipologie e dimensioni, di verificare l’impatto di alcuni cambiamenti tecnologici, gestionali o commerciali. Sulla base della situazione che dovesse emergere gli stakeholders sarebbero così in grado di realizzare scelte di priorità e strategie conseguenti evitando di avviare un processo di innovazione disorganico, incoerente e puntiforme.
L’analisi dei fabbisogni è in genere parte integrante della programmazione formativa. Ha appunto l’obiettivo di finalizzarla in modo da rendere più efficace l’intervento. Anche la tipologia di risultato atteso accomuna l’attività di formazione alla diffusione dell’innovazione. In entrambi i casi ci si aspetta un cambiamento o un’evoluzione delle competenze e delle capacità delle risorse umane coinvolte. Proprio per questo la verifica dei bisogni è così centrale: un adulto in genere non si impegna in un cambiamento se esso non lo aiuta a risolvere problemi ritenuti importanti ed un esperto di processi evolutivi del capitale umano è poi in grado di decodificarne i bisogni  e di comprendere l’effetto collettivo di alcuni mutamenti.
Circa le modalità per procedere, gli strumenti da utilizzare possono essere di due tipi: quantitativi e qualitativi.
Riguardo ai primi, se uno degli obiettivi è capire quale sia la tipologia di agricoltura e di imprese per le quali può essere più utile innovare prodotti, processi e organizzazione, può essere importante fare una verifica delle condizioni reddituali delle imprese analizzandole per caratteristiche strutturali o per tipologia di indirizzo produttivo in modo da far emergere in quali casi l’auspicabile incremento della produttività sia maggiormente necessario e in che condizioni. A tal fine, ad esempio, potrebbe essere interessante l’utilizzo dei dati della Rete d’Informazione Contabile Agricola (RICA) che consentono di verificare il risultato economico di gruppi omogenei di imprese costituiti sulla base delle Unità di Dimensione Economica (UDE) o con riferimento agli Orientamenti Tecnico-Economici (OTE). In questa sede se ne riporta una elaborazione che si limita ad analizzare le imprese per UDE e che valuta il risultato di produttività del 2012 confrontandolo alla media del periodo 2010-2011.
I dati riportati in Tabella 1 riguardano la situazione italiana nel complesso e quella specifica della regione Marche. Essi mostrano come a livello nazionale la produttività agricola della terra e del lavoro sia differente fra le classi delle aziende di dimensione media e medio-grande ed evidenzi una migliore performance di queste ultime. A livello marchigiano, i medesimi indici rivelano una più evidente disparità fra le classi di dimensione medio-grande e medio-piccola con un risultato positivo di queste. Sulla base di tali informazioni, si potrebbe concludere che le aziende di medio-grande dimensioni, in Italia, e quelle di medio-piccola dimensione, nelle Marche, siano quelle più innovative e che quindi le altre categorie esprimano un fabbisogno più urgente di innovazione per migliorare la propria situazione produttiva e reddituale. Tuttavia, non è possibile, né corretto metodologicamente, correlare in modo diretto i suddetti dati ad una diversa presenza di innovazione presso le classi di imprese soprarichiamate in quanto gli indici sono la risultanza congiunta di più effetti fra i quali anche l’innovazione. Né si può concludere che essa possa essere la risposta alle problematiche reddituali che emergono. Quello che si intende dimostrare è che le informazioni contabili ed economiche, se opportunamente approfondite e dettagliate, possono essere estremamente utili a capire le differenti performance aziendali e a programmare interventi di promozione della conoscenza mirati e su misura.

Tabella 1 –Indici* economici e reddituali di produttività delle imprese agricole italiane per dimensione economica, 2012

* PLV/SAU = Produttività agricola della terra; PLV/ULT = Produttività agricola del lavoro; VA/SAU = Produttività netta della terra; VA/ULT = Rendimento del lavoro aziendale
** Piccole: 4.000-25.000 €; Medio-Piccole: 25.000-50.000 €; Medie: 50.000-100.000 €; Medio-grandi: 100.000-500.000 €; Grandi: oltre 500.000 €
*** Variazione rispetto alla media 2010/2011. Nella sezione “Rapporto % Marche-Italia” sono indicate le differenze percentuali.

Fonte: nostra elaborazione su dati RICA/INEA

Un'altra modalità per la ricognizione delle esigenze è quella di avviare processi partecipati di confronto con il sistema produttivo e territoriale che possono utilizzare molti e diversi strumenti oggi disponibili per far emergere anche la domanda latente.
Un’esperienza interessante in tal senso è stata realizzata per la redazione, da parte del MIPAAF, del Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale (MIPAAF, 2014), preceduta da un’intensa attività di confronto con il sistema produttivo, le istituzioni, i componenti della filiera dell’innovazione (informazione, formazione, ricerca, consulenza). Sono stati realizzati 10 workshop settoriali con la partecipazione di un centinaio di soggetti diversi e tre audizioni ufficiali presso il MIPAAF per comprendere problematiche ed esigenze. La scrittura materiale è stata affidata a circa 60 esperti delle diverse tematiche i quali hanno lavorato avendo un confronto continuo con le istituzioni di riferimento, ovvero Ministero e Regioni. Ne è risultato un documento ampiamente condiviso che viene considerato sia dagli stakeholder sia dai portatori di interesse un utile riferimento di contesto e di contenuti. 
Un aspetto che suscita interesse e, forse, preoccupazione da quanto emerso dal suddetto processo è che i diversi sistemi produttivi, interrogati circa le necessità prioritarie su cui si dovrebbe intervenire con l’innovazione, hanno spesso evidenziato problematiche non nuove, alcune veramente molto datate, sulle quali né l’intervento pubblico né i processi di diffusione di nuove tecnologie e processi sono riusciti ancora ad intervenire in maniera significativa. Si fa riferimento, a solo titolo di esempio: all’esigenza di migliorare la qualità della frutta fresca (nelle diverse accezioni) e contrastare la diminuzione dei consumi; alle difficoltà strutturali dell’olivicoltura ad innovare e a incrementare la produttività; alla necessità di intensificare il processo innovativo nella fase viticola per adeguarla al livello raggiunto dalla trasformazione enologica; al permanere delle difficoltà della cerealicoltura a differenziare le produzioni in base alle caratteristiche qualitative; alla frammentazione organizzativa del tessuto imprenditoriale orticolo; alla contrazione progressiva della redditività del settore zootecnico; all’inadeguata capacità di valorizzare le potenzialità del patrimonio boschivo italiano; alle difficoltà dell’agricoltura biologica a riscattarsi da un approccio pioneristico.

Alcune considerazioni finali

Le brevi evidenze riportate in questo articolo rinforzano le premesse da cui si sviluppa. Mostrano infatti che l’attività di produzione e di diffusione dell’innovazione, che negli ultimi anni si è sviluppata con intensità e riconoscimenti anche internazionali sia per il sistema della ricerca italiano che per l’eccellenza delle nostre imprese, è stata probabilmente rivolta ad uno specifico target, probabilmente minoritario, del nostro sistema agroalimentare e forestale e non ha risolto problematiche diffuse facendo realizzare all’intero sistema un salto di qualità.
Oltre all’utilizzo di idonei strumenti di verifica periodica delle esigenze e di riscontro dei risultati, potrebbe essere utile promuovere un generale rafforzamento della governance del processo di innovazione a livello nazionale e regionale in modo che le istituzioni gestiscano con maggiore chiarezza gli obiettivi e l’indirizzo da imprimere ai cambiamenti. Nell’analisi delle esigenze emerse in fase di redazione del Piano strategico per l’innovazione e la ricerca, infatti, base produttiva e portatori di interesse hanno fortemente evidenziato quanto il sistema della conoscenza italiano sia troppo frammentato, carente di personale per consulenza e trasferimento tecnologico, poco in linea con le esigenze reali delle imprese.

Riferimenti bibliografici

EU SCAR (2012), Agricultural knowledge and innovation systems in transition – a reflection paper, Brussels.
MIPAAF (2014), Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale, Bozza del 10 luglio 2014, Roma.
OECD (2005), Oslo manual - Guideline for the collecting and interpreting innovation data, Parigi.

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