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Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 13 del 10 maggio 2012

ISSN: 2280-756X

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La Carta di Fonte Avellana

Strategie di sviluppo sostenibile nei territori montani


Teodoro Bolognini
Legacoop agroalimentare

Agrimarcheuropa, n. 3, Settembre, 2012


Genesi e contenuti

La Carta di Fonte Avellana è stata sottoscritta il 19 maggio 1996. Si tratta di un atto strategico per lo sviluppo dei territori montani, sottoscritto da Regione Marche, Unione delle Province, dei Comuni e Comunità Montane, Centrali Cooperative (Legacoop, Confcooperative, Agci, Unci), Comunità Monastica di Fonte Avellana, consegnato e custodito, insieme all’Orologio dell’Appennino, all’interno del millenario monastero benedettino, alle pendici del Monte Catria.
La Carta nasce da un bisogno, quello di assicurare, da parte di chi ha scelto di rimanere ad operare in montagna, la gestione delle risorse che sono scarse se rimangono frammentate, enormi se viste nella loro dimensione d’assieme. Obiettivo della Carta è quello di favorire questa sinergia promuovendo l’incontro fra coloro che lavorano per perseguirla, perché amministrano, perché operano, perché vivono in montagna. La frammentazione e, a volte la contrapposizione fra i diversi soggetti, ha indebolito nei secoli la montagna, rendendola marginale, in alcuni casi terra di conquista, anche perché scarsamente abitata e lontana dagli interessi della politica. Al contrario, una visione univoca che diventa strategia operativa può trasformare la Montagna “da problema ad opportunità”, come recitava il titolo della due giorni del Forum che partorì quella Carta (1).
Due anni dopo, a seguito di un confronto nel quale la Carta si aprì al Cnel e al resto della rappresentanza sociale attraverso un convegno svoltosi a Camerino (2), ad un primo gruppo,  si sono aggiunti altri firmatari: Cgil, Cisl e Uil, Cia, Coldiretti, Copagri, CNA, Confesercenti Banca delle Marche, Anascom, Consulta dei Parchi. Alcuni importanti istituti di livello nazionale, il Cnel, l’Imont,  l‘Associazione “Alessandro Bartola”, hanno espresso la loro condivisione, offrendo supporto scientifico, assistenza e partecipazione a specifici progetti.
La Carta (3), individuando nei monasteri di Fonte Avellana e Camaldoli i centri propulsori di una nuova idea di Appennino, riconosce anzitutto che “il ruolo della montagna è fondamentale per assicurare la regimazione delle acque e la tutela del territorio, […] che esiste interdipendenza fra montagne e restanti zone,  […] che la diversità culturale e ambientale dell’Appennino […]  è una risorsa, […]  che le attività tipiche della montagna […]  rappresentano un patrimonio professionale autoctono da valorizzare e arricchire,  […]  che esiste una stretta connessione tra tutela, residenza e settore primario”. A partire da queste premesse, i firmatari della Carta si impegnano a: “promuovere la silvicoltura e le attività collegate, […] sostenere l’agricoltura di montagna, […]  in quanto fondamentale per la manutenzione del sistema naturale antropizzato, sostenere le imprese agricolo-forestali con particolare riferimento a quelle cooperative, […] incentivare specie nelle aree a parco, diffuse iniziative di sviluppo sostenibile, […] promuovere un tavolo interdisciplinare (in Regione) per la realizzazione degli interventi pubblici nelle zone montane, […] promuovere il credito, la formazione, l’occupazione valorizzando la cooperazione, […] promuovere un progetto per l’Appennino”.
In altri termini, la Carta fa sua la tesi secondo la quale la gestione coordinata del primario, inteso come territorio, agricoltura, boschi, integrato nella multifunzionalità del turismo naturistico, escursionistico e culturale, produce lavoro, reddito e qualità della vita per i residenti in montagna. La fondatezza di questa tesi, che è in linea con quanto emerge dai Regolamenti comunitari sullo sviluppo rurale, quello in corso (Reg. CE 1698/2005) e quello in costruzione (2014/2020), dal P.Q.S.F. (Programma Quadro per il Settore Forestale, 2008) e dal Piano forestale regionale (2009), è dimostrata dall’esperienza di venti anni di lavoro in bosco da parte delle cooperative forestali.

 

L’esperienza del consorzio Marche Verdi

Un esempio concreto di attuazione dei principi della Carta è fornito dall’esperienza di “Marche Verdi”, il consorzio che aggrega 25 cooperative operanti nelle Marche nei settori forestale e turistico-ambientale. Il consorzio, attraverso un organico di 250 dipendenti fra operai, tecnici, dirigenti, operatori del turismo escursionistico e dell’educazione ambientale, è riuscito, operando in rete fra cooperative, in una regione che non ha dipendenti pubblici diretti, a vedere assicurato un reddito e un’occupazione “continuativa”, operazione di grande significato perché solo la continuità è sinonimo di stabilità, di crescita e di permanenza.
Gli imprenditori cooperativi, equiparati dal Dl n. 227/01 agli imprenditori agricoli, mostrano di essere in grado di assolvere all’importante funzione di “attori” dello sviluppo rurale, soggetti imprescindibili della “multifunzionalità”. Questo perché hanno in sé il connotato della “rete”, con la capacità di rapportarsi in modo univoco alla politica, alle istituzioni, lavorano al servizio degli enti per la prevenzione, la lotta agli incendi boschivi o nel pronto intervento in caso di calamità o per la diversificazione delle attività, spingono per la formazione, la qualificazione tecnica, progettuale, professionale degli operatori che, peraltro, esprimono un’età compresa tra 35 e 40 anni e, contemporaneamente, sono presenti in modo capillare su tutto il territorio montano.
Peraltro oggi si avverte che ci sono le condizioni per un ulteriore rafforzamento del ruolo delle cooperative: le cooperative e i loro consorzi regionali hanno dato vita infatti ad Appenninovivo – Europa, il consorzio nazionale, unitario, in quanto espressione di tutte le centrali cooperative.

 

Le risorse per la montagna

Stabilite le strategie, le modalità di attuazione e i soggetti per la realizzazione, rimane il problema, sempre complicato, di individuare le risorse cui attingere per il perseguimento degli obiettivi enunciati nella Carta. A tale scopo, anche per il futuro, si fa riferimento in primo luogo ai fondi strutturali e ai fondi che l’UE mette a disposizione delle regioni italiane per lo sviluppo rurale. Molte aspettative si sono alimentate sui fondi riferiti al periodo di programmazione 2007/2013, in via di ultimazione, ma se vogliamo essere realisti, si sono dimostrate spesso deludenti perché quelle risorse sono state utilizzate in una percentuale molto bassa, specie nelle Regioni dell’obiettivo convergenza (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia).
Per quanto riguarda le risorse statali, nonostante le “Linee guida di programmazione forestale” di cui al Dl del 16 giugno 2005 fissava in 250 milioni di euro il fabbisogno annuo, da spendere secondo piani regionali, nulla è stato mai stanziato se non un plafond di 50 milioni dalla Legge finanziaria 2008 (co 1082/1084) da spendere per i vari piani di settore, compreso quello forestale.
Vi sono poi gli interventi delineati dal Dl 180/98, il cosiddetto Decreto “Sarno” (Programmi di interventi urgenti di difesa delle aree a rischio idrogeologico) e compresi nel fondo per gli investimenti per la difesa del suolo e la tutela ambientale del Ministero dell’Ambiente ed infine gli “Interventi nel settore dell’uso del suolo e della forestazione per la generazione e certificazione dei crediti di carbonio” di cui al Piano nazionale per la riduzioni delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra 2003-2010 (protocollo di Kyoto).
Si tratta di somme sulla carta anche ingenti ma che non trovano concreta attuazione. Eppure potrebbero innescare un meccanismo virtuoso che migliorerebbe un ambiente da salvaguardare a fini produttivi, protettivi e turistico-ricreativi e allo stesso tempo porterebbe alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro.
Lodevole è quanto annunciato dal Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, in merito alla necessità di “un piano straordinario per la sicurezza del territorio italiano in grado di affrontare sia l’emergenza che l’ordinarietà di una politica di prevenzione e messa insicurezza dell’intero territorio”. Questo intervento dovrebbe configurarsi però come un progetto nazionale da concertare con le Regioni in quanto si fa riferimento all’emergenza nazionale (probabilmente europea) che chiama in causa, oltre che, come detto, le Regioni, una pluralità di Istituzioni, di competenze e, quindi, di ministeri diversi (almeno Ambiente, Sviluppo Economico, Agricoltura, Beni Culturali  e Lavoro).
Il concorso organico di interventi (e di risorse) è da allocare fra quelli finalizzati allo sviluppo, quello sostenibile, produttivo di sicurezze, base per il rilancio delle attività economiche, del turismo, del made in italy, fonte di consolidamento e sviluppo occupazionale, in una parola, della tanto implorata “ripresa".
Il fulcro concreto del New Deal lanciato dal Presidente Roosevelt, all’indomani della grande crisi del 1929”, scriveva Mario Tozzi in un editoriale del quotidiano La Stampa di Torino (8/11/2010), “fu, non a caso, la messa in sicurezza del territorio”. “Se c’è un Paese al mondo che godrebbe vantaggi immensi da un new deal dell’ambiente, da una riconversione ecologica che lo porterebbe anche fuori dall’emergenza economica, […] questo è proprio l’Italia”.
Curare un territorio fatto di boschi (10,5 milioni di ha, per il 50% abbandonati), di suoli (50% a rischio idrogeologico), di territori a rischio frane (su 712 mila frane censite in Europa, 486 mila, pari al 6,9% del territorio e ad una superficie complessiva di circa 21 mila Km2, si concentrano in Italia), di bacini idrografici, significa porre le basi del rilancio del Paese, attraverso il turismo e la riconversione economica, consolidando e sviluppando occupazione anche facendosi carico di assorbire parte dei licenziati o cassintegrati provenienti dalle fabbriche in crisi.
Dato che un posto di lavoro nel settore costa dai 25 ai 30 mila €/annui, un investimento di 500 milioni di Euro, produrrebbe subito dai 15 ai 20 mila nuovi posti di lavoro!
La Carta di Fonte Avellana, avendo proposto e poi alimentato queste politiche, ancor prima dell’attuale enfasi sulla gestione sostenibile del territorio, si configura come severo monito per un grande progetto per il territorio da concepire come la più grande, probabilmente la più urgente opera infrastrutturale di cui il Paese ha bisogno.  

 

Dal Progettone trentino al progetto Appennino

Nel Forum di Fonte Avellana del 1996, Orlando Galas, allora dirigente del Servizio ripristino e Valorizzazione ambientale della Provincia autonoma di Trento, illustrò l’esperienza di dieci anni del cosiddetto “Progettone”, il progetto speciale per l’occupazione attraverso la valorizzazione delle potenzialità turistiche  ed ecologico-ambientali per far fronte all’emergenza occupazionale creatasi a metà degli anni ’80.
L’idea di operare con un progetto speciale nacque a seguito dell’emergenza ambientale manifestatasi dopo la tragedia di Stava che aveva inferto, anche nell’immaginario collettivo, un duro colpo alle potenzialità turistiche del Trentino e dell’emergenza occupazionale conseguente alla crisi di alcune grandi aziende manifatturiere del territorio.
In dieci anni il fatturato delle cooperative impegnate nel progetto è passato da 500 mila € a 18 milioni di € e le stesse cooperative, cresciute nel frattempo nel numero, avevano realizzato altri 18 milioni di € operando sul libero mercato. “Il progetto è stato possibile”, concludeva quel dirigente, “non perché eravamo e siamo Provincia autonoma, ma perché l’acqua era talmente alta da costringerci a nuotare, non avendo ancore di salvataggio”.
Il Progettone è cresciuto, conseguendo negli anni risultati lusinghieri ed oggi è diventato uno dei primi datori di lavoro del Trentino Alto Adige (www.naturambiente.provincia.tn.it).
E’ stato questo un messaggio chiaro per le Marche, un incentivo a lavorare per un progetto per l’Appennino che, dopo un percorso di altri dieci anni, ha visto finalmente la luce. 
La sintesi operativa è rappresentata dall’art. 26 della L.R. n. 31 del 22 dicembre 2009 che istituisce il “Progetto Appennino”. L’art. 1 recita: “in attuazione degli impegni assunti dalla Regione con la firma della Carta di Fonte Avellana, al fine di valorizzare e sviluppare gli interventi per la montagna e le forme organizzate di lavoro forestale e di dare continuità alle attività in essere, favorendo nel contempo la creazione di nuovi posti di lavoro, attraverso la valorizzazione delle potenzialità turistiche ed ecologico-ambientali nel quadro di una politica attiva dell’ambiente, viene avviato il ‘Progetto Appennino’: la Montagna come occasione di sviluppo ed occupazione”.
Il progetto costituisce un programma di interventi nell’appennino marchigiano con il coinvolgimento delle Comunità montane, dei Comuni, dei Centri per l’impiego, l’orientamento e la formazione e delle Cooperative forestali, con i seguenti obiettivi specifici:

  • dare continuità nel tempo e nel territorio alle attività di manutenzione, recupero, salvaguardia, miglioramento, valorizzazione e messa in sicurezza del patrimonio forestale e naturale, e più in generale dell’ambiente e del territorio, attraverso un’occupazione stabile delle maestranze che già lavorano nel settore allo scopo di garantire anche il presidio del territorio e la residenza nelle aree rurali e montane;
  • far fronte all’emergenza occupazionale provocata dalla crisi economica e dalla fragilità dei sistemi economico-sociali montani, individuando interventi organici, in conformità con gli indirizzi programmatici della Regione e del piano forestale, che siano in grado di offrire garanzie lavorative agli iscritti nelle liste di mobilità da reimpiegare, nel campo della difesa del suolo, della sistemazione idraulico-forestale, del verde pubblico, della gestione del demanio forestale e della selvicoltura.

L’insieme degli interventi si articola in due fasi:

  • interventi già previsti e finanziati dal Piano di sviluppo rurale 2007/2013, dal Protocollo d’Intesa per la difesa del suolo sottoscritto dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 5 settembre 2007, dal FAS 2007/2013 (Fondo per le aree sottoutilizzate), dal bilancio di previsione 2009 della Regione; 
  • nuovi interventi attuabili a medio termine che richiedono un’elaborazione progettuale e potranno essere avviati, una volta individuate le risorse necessarie.

Questi ultimi sono diretti prioritariamente:

  • al recupero e alla valorizzazione del patrimonio forestale pubblico e privato e di aree di particolare interesse ambientale;
  • alla tutela e conservazione attiva dei territori ad alto valore ecologico;
  • al ripristino ambientale di aree pertinenti a fiumi, torrenti, laghi e alla realizzazione di interventi di ingegneria naturalistica e di sgombero degli alvei volti alla prevenzione di dissesti locali e di alluvioni;
  • alla bonifica e risanamento di aree dissestate, cave dismesse e discariche abbandonate;
  • alla realizzazione, ripristino e manutenzione di aree ricreative, di sentieri turistici, di aree di sosta, e più in generale allo sviluppo delle infrastrutture turistiche a basso impatto ambientale; 
  • alla manutenzione tramite attività di recupero ambientale di aree circostanti ai centri abitati al fine di prevenire eventi calamitosi;
  • all’arredo a verde di aree residuali quali scarpate, svincoli stradali, aree di raccolta di rifiuti solidi urbani e depuratori, comprese le mascherature di insediamenti industriali e artigianali;
  • alla conservazione dei beni rientranti nel patrimonio ambientale, artistico, storico e culturale;
  • all’animazione culturale in tema ambientale e idraulico-forestale, da realizzarsi in particolare tramite l’informazione ed il supporto alle attività didattiche nella scuola, nonché all’attivazione di iniziative seminariali di studio e di divulgazione.

La struttura organizzativa regionale competente in materia di istruzione, formazione e lavoro svolge tutte le funzioni inerenti il coordinamento e l’organizzazione del progetto relativamente ai nuovi interventi attuabili a medio termine che richiedono un’elaborazione progettuale, con il coinvolgimento dei soggetti sopra indicati e avvalendosi delle professionalità presenti nelle strutture organizzative regionali competenti in materia di ambiente e paesaggio, foreste ed irrigazione, riordino territoriale e comunità montane, difesa del suolo, turismo e cooperazione.
L’esecuzione degli interventi avverrà anche mediante affidamento a favore di cooperative forestali.
Con la Legge finanziaria 2012, l’Assemblea Legislativa delle Marche ha stanziato 1 milione di Euro. Si tratta ora di vedere se queste risorse, seppure limitate ma utili per avviare il cantiere, si tramutino in iniziative pilota capaci di dimostrarne l’indubbia validità.

 

Note

(1) Atti del Forum “La montagna: da problema ad opportunità”, Eremo di Fonte Avellana, 18/19 maggio 1996.
(2) Atti del convegno “Appennino vivrai – La Risorsa Montagna: dai valori ai progetti”, Camerino 8/9 Maggio 1998.
(3) Il testo della Carta è riportato nel documento Bolognini T. (a cura) (2008), “Vivere la montagna, vivere di montagna”, disponibile al seguente link:
http://www.legacoopmarche.coop/modules.php?op=modload&name=Downloads&file=index&req=getit&lid=258.

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