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Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 13 del 10 maggio 2012

ISSN: 2280-756X

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La nuova PAC e le Marche

Franco Sotte, Andrea Bonfiglio
Università Politecnica delle Marche

Agrimarcheuropa, n. 4, Settembre, 2014

Questo numero affronta alcuni aspetti di rilievo della nuova Politica Agricola Comune (PAC) che, a partire ormai dal 2015, potrà significare la sopravvivenza per alcuni, per altri un sostegno alla crescita improntata all’eco-sostenibilità, facendo leva sulle risorse dello sviluppo rurale, per altri ancora un sostegno al quale avrebbero potuto benissimo rinunciare.
Nonostante numerosi studi si siano cimentati nell’analisi dei possibili impatti della riforma della PAC nelle campagne (negli ultimi numeri di Agriregionieuropa e in questo di Agrimarcheuropa ce n’è un’abbondante collezione), quello che la riforma produrrà nelle campagne italiane e marchigiane è tuttavia difficile da prevedere.
L’impatto dipenderà dalla reazione degli agricoltori e di tutti i potenziali beneficiari della PAC. Quante domande, e per quanti ettari eleggibili, saranno presentate nel 2015 e, a regime, nel 2019? I quesiti troveranno risposta soltanto con il tempo. Data poi la notevole dinamica del settore agricolo in termini di natalità e mortalità delle imprese e di variazione delle superfici utilizzate è particolarmente arduo azzardare previsioni. Specie a medio e lungo termine.
L’effettiva ridistribuzione dipende dall’interrelazione tra tutte le scelte inerenti al primo pilastro e anche dalla strategia complessivamente seguita dalla politica di sviluppo rurale. È ovvio comunque che la distribuzione territoriale dei pagamenti PAC per il dopo 2015 dipenderà anche dalle decisioni che assumeranno gli agricoltori nel quadro complessivamente mutato delle politiche nazionali ad essi riservate (per esempio in materia fiscale) e dagli scenari di mercato, specie per effetto della crisi economico-finanziaria in corso.
Se però sul futuro non possono essere azzardate altro che delle ipotesi, si possono comunque evidenziare alcuni problemi che potrebbero emergere dall’applicazione in Italia ed in particolare nelle Marche della riforma. Sono problemi questi che meritano di essere tenuti in considerazione soprattutto nel corso della definizione e della gestione della politica di sviluppo rurale.
Per la prima volta, seppure in forma discutibile negli obiettivi e nei metodi, si assisterà in Italia e nelle Marche ad una profonda ridistribuzione dei pagamenti diretti. Alcuni perderanno consistenti dosi di sostegno: questi soggetti si concentrano nelle aree litoranee e di bassa collina delle province di Pesaro, Ancona e Macerata. Altri guadagneranno, in particolare nelle aree meno fortunate della fascia Appenninica e nelle zone specializzate in ortofrutta e vitivinicoltura, specie delle province di Ascoli Piceno e Fermo.
Dato il peso significativo che i pagamenti diretti hanno sul reddito netto aziendale (come si può verificare in uno degli articoli di questo numero di Agrimarcheuropa) con punte crescenti fino ad oltre il 50% per le aziende specializzate in seminativi e erbivori, è evidente che l’impatto non sarà indolore e taglierà fuori in primo luogo le aziende che più si sono orientate a dipendere da quei contributi e che saranno incapaci di riorganizzarsi per trovare sul mercato una crescente valorizzazione della propria attività.
Al tempo stesso, le aree e le aziende che beneficeranno di pagamenti crescenti avranno risorse e redditi aggiuntivi, ma è anche possibile che in quegli stessi territori e per quelle stesse aziende il vantaggio verrà eroso o addirittura annullato dalla lievitazione degli affitti e dei prezzi delle terre, con conseguente irrigidimento fondiario.
In tutti questi casi, la politica di sviluppo rurale della Regione è chiamata in causa per attenuare gli attriti e lenire le penalizzazioni, ma anche prima per favorire l’individuazione di soluzioni e poi per stimolare l’evoluzione fuori dalle secche della congiuntura. È evidente comunque che decenni di sostegno accoppiato hanno spinto l’agricoltura della regione, specie nelle situazioni al margine, a produrre prodotti o a produrre in condizioni che, senza il sostegno, sono, o rischiano di trovarsi, o peggio ancora si troveranno, fuori mercato. Salvare chi può farcela deve essere un obiettivo. A questo riguardo la soluzione del modello irlandese può trovare giustificazione. Ma restare fermi al passato e pretendere che la politica di sviluppo rurale intervenga a compensare è irresponsabile e ingiustificato. Puntare, invece, sull’aggregazione delle aziende come pure sull’innovazione tecnica e sulla qualificazione del capitale umano è la carta chiave da giocare con la politica di sviluppo rurale.
Un altro aspetto del quale va tenuto debito conto riguarda il rapporto tra agricoltura e tutela ambientale. Una consistente quota di aziende che sarà esclusa da ogni beneficio, perché sotto il limite dei 250/300 euro/anno, è localizzata in aree fragili sotto il profilo della tenuta ambientale e già ad alto rischio idrogeologico. Che faranno queste aziende? Resteranno aperte perché 250 euro in più o in meno non incidono sulle scelte? Oppure chiuderanno, e quale sarà, in tal caso, l’impatto ambientale? In quelle stesse aree spesso si localizzano anche le aziende che probabilmente opteranno per il regime semplificato dei piccoli agricoltori e che quindi saranno esentate dagli adempimenti del greening e dell’eco-condizionalità. Si può ritenere che molte di quelle piccole aziende, in gran parte orientate all’autoconsumo o ai mercati locali, non tralascino di adottare pratiche sostenibili, ma si può anche immaginare che questa esenzione dai controlli e dalle sanzioni agro-ambientali possa costituire un incentivo all’adozione massiccia su quei terreni di pratiche agricole non sostenibili da parte di proprietari attenti solo al profitto immediato o di conto-terzisti senza scrupoli.
D’altra parte, non si può dire che la discutibile soluzione adottata per il greening prima in Europa e poi in Italia imponga all’agricoltura più professionale e più imprenditoriale un più coerente impegno verso l’ambiente e la tenuta del territorio.
Tutto questo sollecita una azione del Programma di sviluppo rurale che, per la parte orientata all’ambiente e alla sostenibilità, sia efficiente e mirata (anche come conseguenza della dotazione di risorse ancora più ridotta che in passato) nella direzione di quella agricoltura che rischierebbe di abbassare l’impegno verso la sostenibilità, anche a causa della, a nostro avviso, poco sensata pretesa di rinverdire il primo pilastro anziché di rafforzare la spesa per l’ambiente nel secondo. La politica che serve anche in chiave ambientalista non è comunque quella che punta su contributi a pioggia e pagamenti allacciati ad impegni di facciata. Occorre da questo punto di vista una strategia ancora più mirata che in passato e soprattutto una strategia di servizi al territorio, che seguano un approccio sistemico rivolgendosi più possibile non alla singola azienda ma premiando anche in questo fronte l’azione collettiva.
Questo numero si apre con una analisi storica della distribuzione dei pagamenti diretti tra le aziende marchigiane attraverso i dati della RICA, che aiuta anche a comprendere quali tra i beneficiari saranno probabilmente i più impattati dalla riforma della PAC.  Ad essa seguono due contributi che riportano una simulazione dei possibili effetti che la misura controversa sugli agricoltori attivi e il modello irlandese di convergenza dei pagamenti ad ettaro produrranno nelle Marche. Il numero continua con una descrizione delle principali novità offerte dalla PAC sul tema della sostenibilità ambientale e prosegue con una panoramica delle scelte strategiche adottate dalla Regione Marche in materia agro-ambientale. Si conclude con una scheda dedicata alle linee guida da seguire per un corretto campionamento del suolo in contesti aziendali. 

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