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Periodico registrato presso il Tribunale di Ancona n. 13 del 10 maggio 2012

ISSN: 2280-756X

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Innovazione e alimenti funzionali nel sistema agroalimentare delle Marche

Andrea Bonfiglio
Università Politecnica delle Marche

Agrimarcheuropa, n. 6, Marzo, 2015

Introduzione

Nel compiere le proprie scelte nutrizionali, il consumatore attuale risulta fortemente influenzato dal legame che unisce il regime alimentare al proprio benessere psicofisico e alla possibilità di ridurre il rischio di malattie. In altre parole, il consumatore è sempre più cosciente dei benefici salutistici che discendono dal consumo di alimenti contenenti specifici ingredienti e questa consapevolezza, che si riflette nelle scelte di consumo, aumenta al crescere della disponibilità di informazioni riguardanti quel legame. Per questi motivi e con l’intento di riposizionare i propri prodotti e svilupparne di nuovi, l’industria alimentare ha deciso di investire nello sviluppo, nella sperimentazione e nella commercializzazione dei cosiddetti alimenti funzionali. Considerando le strette relazioni che esistono tra agricoltura e industria della trasformazione e lo squilibrio negoziale a vantaggio della seconda, le future scelte strategiche dell’industria alimentare in materia di alimenti funzionali potrebbero avere profonde implicazioni per le fasi collocate a monte, comportando modifiche alle logiche produttive degli agricoltori. Questo è tanto più vero in uno scenario in cui la manipolazione degli alimenti si sposti dalla fase della trasformazione a quella della produzione con l’introduzione e la diffusione degli OGM di seconda e terza generazione, ovverosia organismi con minori concentrazione di sostanze tossiche o ricchi di sostanze utili all’organismo umano (seconda generazione) o creati allo scopo di far produrre alle piante vaccini e/o medicinali, altrimenti prodotti mediante sintesi chimica (terza generazione o “nutraceutici”). 
Gli alimenti funzionali rappresentano un segmento di mercato in forte espansione e potenzialmente profittevole. Ciononostante, è alquanto difficile quantificare il fenomeno, anche a causa della mancanza di una definizione rigorosamente condivisa (European Commission, 2010). Il termine è stato coniato in Giappone negli anni ottanta e si è diffuso solo in seguito in America e in Europa. Nel 1991 il Giappone fu fra i primi paesi ad introdurre una classificazione degli alimenti utilizzabili per la tutela della salute o per la riduzione del rischio di insorgenza di malattie. Attualmente, in tale paese, è in vigore una legislazione precisa, basata su un rigido sistema analitico di alimenti funzionali, rappresentati principalmente da bevande e denominati FOSHU (FOod for Specified Health Use). La definizione che oggi viene comunemente accettata è quella fornita dall’European Food Information Council (EUFIC). Risale al 1999 ed è frutto del lavoro di una commissione di esperti europei in campo nutrizionale e medico, impegnata per tre anni nel progetto Fufose (Funcional Food Science in Europe). Il documento conclusivo, denominato Consensus Document, stabilisce che “un alimento può essere considerato funzionale se dimostra in maniera soddisfacente di avere effetti benefici su una o più funzioni specifiche dell’organismo, che vadano oltre gli effetti nutrizionali normali, in modo tale che migliorino lo stato di salute e di benessere e/o riducano il rischio di malattia. Gli alimenti funzionali devono comunque restare alimenti e dimostrare la loro efficacia nelle quantità normalmente consumate nella dieta. […] Gli alimenti funzionali non sono pillole o pastiglie, ma prodotti che rientrano nelle normali abitudini alimentari” (1).
In sintesi, gli alimenti funzionali possono essere definiti cibi aventi proprietà particolari ottenute attraverso specifiche tecniche di produzione o di trasformazione. Esempi sono gli alimenti che contengono determinati minerali, vitamine, acidi grassi o fibre alimentari. Nell’ambito di questa categoria, rientrano anche i cibi ai quali sono state aggiunte sostanze biologicamente attive, come i principi attivi di origine vegetale o altri antiossidanti e probiotici aventi proprietà benefiche.
Nel seguito di questo articolo, sarà brevemente illustrata la situazione normativa in materia di alimenti funzionali. Si tenterà inoltre di misurare il livello di innovazione nel contesto europeo mediante una analisi della brevettazione, declinata a livello regionale nella sezione successiva. L’ultima parte fornisce alcune riflessioni di sintesi.

Gli alimenti funzionali nel quadro europeo 

In Europa non vi è una normativa specifica per gli alimenti funzionali. Questo dipende anche dall’esistenza di regolamentazioni eterogenee nei vari paesi europei che rendono difficile raggiungere un accordo normativo. Esistono tuttavia regolamenti e decreti di attuazione di direttive comunitarie ai quali poter fare riferimento, nella fattispecie: i Dgls 111/1992 e 169/2004 e i regolamenti CE n. 258/1997, n. 1924/2006 e n. 1925/2006. In particolare, il Reg. n. 258/1997 offre la possibilità di introdurre nell’Unione Europea nuovi alimenti o ingredienti, non ancora utilizzati in misura significativa per il consumo umano, e sempre che siano rispettati determinati requisiti in termini di rischi per la salute umana e di informazione. I Dgls 111/1992 e 169/2004 in attuazione, rispettivamente della Direttiva 398/89 e 46/2002, regolamentano la commercializzazione e l’etichettatura di alimenti destinati a particolari diete e degli integratori alimentari. Il Reg. 1924/2006 e successive modifiche disciplina espressamente le indicazioni nutrizionali e sulla salute presenti sulle etichette dei prodotti alimentari destinati al consumatore finale (alimenti tradizionali, arricchiti e funzionali). L’appropriatezza scientifica delle indicazioni nutrizionali e sulla salute è valutata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). Il Regolamento (CE) n. 1925/2006, infine, autorizza l’aggiunta di vitamine e minerali in prodotti (diversi dagli integratori alimentari disciplinati dalla direttiva 46/2002) volti a soddisfare esigenze nutrizionali particolari e di gruppi specifici di popolazione. In sostanza, lo scopo della legislazione vigente è quello di escludere dal mercato quegli alimenti che traggono in inganno i consumatori e assicurare informazioni ed etichette veritiere e dimostrabili scientificamente.  Si tratta tuttavia di un impianto normativo che necessita di una maggiore armonizzazione, chiarezza e semplificazione, questo per consentire, da un lato, ai consumatori di compiere le loro scelte nutrizionali in maniera più oculata, e, dall’altro, agli operatori interni di commercializzare i loro prodotti ad eguali condizioni concorrenziali.
Per inquadrare il fenomeno degli alimenti funzionali, è utile anche tentare di quantificarlo. In questa sede, l’attenzione è rivolta alla capacità innovativa mentre altri aspetti, ugualmente importanti e meritevoli di approfondimento quali la distribuzione e la domanda di alimenti funzionali, non vengono affrontati. Ai fini della misurazione, si è ricorsi alle domande di brevetto europeo, estratte dalla banca dati dell’Ufficio Brevetti Europeo (EPO – European Patent Office) (2). Seguendo l’approccio utilizzato in Osservatorio Unioncamere Brevetti e Marchi (2009), l’analisi è stata circoscritta alle domande classificate principalmente con il codice IPC (International Patent Classification) “A23”, corrispondente alla categoria “Cibi o prodotti alimentari e loro trattamento, non inclusi in altre classi”. L’elenco completo dei codici ricercati è riportato nella Tabella 2.
Il brevetto europeo rappresenta lo stadio finale di un processo innovativo al quale si ricorre generalmente per tutelare una innovazione ritenuta significativa e potenzialmente profittevole. Ad esso si può infatti accedere solo se sono rispettati i requisiti di novità e contenuto innovativo e sostenendo costi di brevettazione ben superiori a quelli necessari per la registrazione dei brevetti italiani. Può essere quindi considerato un valido indicatore, seppure approssimativo e per certi versi riduttivo (3), del livello di innovatività di un dato settore o di un territorio dove si inseriscono le realtà più innovative.
Dall’analisi sono stati esclusi i brevetti depositati tramite il trattato internazionale PCT (Patent Cooperation Treaty). Questa scelta non dovrebbe inficiare significativamente l’analisi della capacità brevettuale in quanto la procedura PCT, alla quale si ricorre per estendere la tutela ai paesi extra-europei, è quella meno utilizzata da quanti desiderano avere una copertura internazionale della propria invenzione (Fondazione Aristide Merloni, 2011). Questo si spiega con i costi ingenti della protezione a livello internazionale che spingono i titolari a brevettare solo nei paesi con cui si intrattengono rapporti commerciali o dove si intende commercializzare la propria invenzione. Un’altra possibile ragione va ricercata nelle differenze procedurali. Mentre la brevettazione EPC prevede sia il deposito che la concessione del brevetto a livello di singolo paese EPC, la procedura PCT si esaurisce nel solo deposito della domanda di brevetto (fase internazionale), che dovrà essere poi nazionalizzato in ognuno dei paesi membri che aderiscono al trattato (fase nazionale).
L’analisi trascura inoltre i brevetti italiani per motivi inerenti alla completezza dell’informazione brevettuale e alla qualità dell’invenzione. Riguardo al primo aspetto, contrariamente ai dati EPO, molto più completi dal punto di vista informativo, la banca dati dell’Ufficio Italiano Brevetti non fornisce elementi utili ai fini dell’analisi della capacità brevettuale, quali la descrizione del brevetto e la codifica relativa all’ambito tecnologico di applicazione. In merito all’aspetto qualitativo, fino al 1 luglio 2008 i brevetti italiani venivano rilasciati senza un controllo preventivo dei requisiti di originalità ed innovatività, fornendo quindi anche a brevetti scarsamente o per nulla innovativi la possibilità di deposito.  
Dai dati pubblicati dall’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) emerge che nel periodo 2000-2014 le domande di brevetto in tema di alimenti funzionali sono ammontate ad oltre 10 mila, con una variazione media annua del 7,6% (Tabella 1). Gli Stati Uniti vantano il primato in termini di domande di brevetto sugli alimenti funzionali con una quota pari al 16,9%. Al secondo posto si colloca il Giappone, con una percentuale del 16,5% ed al terzo l’Olanda con il 14,4%. Nel periodo in esame l’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) ha pubblicato 362 domande di brevetto con richiedente italiano che trattano di alimenti funzionali, pari al 4% circa di tutte le domande, posizionando l’Italia all’ottavo posto. Il tasso di crescita delle domande di brevetto dell’Italia (+3,5%) è il più basso tra i 10 paesi con il più alto numero di pubblicazioni. Questo ha fatto sì che il peso dell’Italia nel contesto internazionale diminuisse. Nel 2000, infatti, l’Italia deteneva il 5% delle domande di brevetto, percentuale quasi dimezzata nel 2014.

Tabella 1 - Domande di brevetto pubblicate da EPO sugli alimenti funzionali nel periodo 2000-2014

Fonte: nostra elaborazione su dati EPO

L’analisi della frequenza con cui i codici IPC ricorrono nelle domande di brevetto evidenzia come i brevetti sugli alimenti funzionali a livello europeo riguardino soprattutto la modifica delle qualità nutritive degli alimenti e i prodotti dietetici (Tabella 2). In particolare, i brevetti aventi ad oggetto prodotti dietetici specificatamente contenenti additivi rappresentano la maggioranza, concentrando circa il 38% di tutte le ricorrenze dei codici menzionati (fra quelli ovviamente ricercati in questa sede). Seguono i prodotti dietetici contenenti amminoacidi, peptidi o proteine (10%) e i prodotti dietetici in generale (9%). Anche a livello nazionale, i prodotti dietetici rappresentano la categoria più diffusa tra i brevetti sugli alimenti funzionali depositati da richiedenti italiani. Esaminando l’indice di specializzazione (il rapporto B/A in tabella), si nota come l’Italia risulti particolarmente specializzata nei prodotti dietetici contenenti vitamine. Difatti, la percentuale di volte in cui compare il codice IPC nei brevetti italiani e corrispondente a quella categoria è oltre due volte la stessa percentuale a livello europeo. Una certa specializzazione può essere riscontrata anche con riferimento ai preparati di latte fermentato, yogurt, latte in polvere o preparati di latte in polvere contenenti vitamine o antibiotici.

Tabella 2 – Frequenza di utilizzo dei codici IPC* ricercati nella domande di brevetto pubblicate da EPO sugli alimenti funzionali nel periodo 2000-2014

* La descrizione completa dei codici in lingua inglese è disponibile al seguente [link]
** Il totale non coincide con il numero di brevetti in quanto un brevetto può essere classificato con più codici. Questo significa che uno stesso brevetto può essere conteggiato più volte all’interno della distribuzione per codici.

Fonte: nostra elaborazione su dati EPO

La frequenza di utilizzo dei codici è stata poi riclassificata in base al comparto di riferimento (Figura 1). Come si nota, oltre ai prodotti dietetici, il comparto dove tendono a concentrarsi maggiormente i brevetti, a livello sia europeo che nazionale, è il lattiero-caseario, cui seguono le bevande alcoliche e non, la pasta, le uova, l’olio e il dolciario. La categoria “Altro” include sia codici generici riguardanti cibi e prodotti alimentari che codici più specifici come le gomme da masticare.  

Figura 1 – Frequenza percentuale di utilizzo dei codici IPC* ricercati nella domande di brevetto pubblicate da EPO sugli alimenti funzionali nel periodo 2000-2014 per macro-comparto

Fonte: nostra elaborazione su dati EPO

I brevetti sugli alimenti funzionali nella regione Marche 

A livello territoriale, come è logico attendersi, il Nord Italia è la macro-area che concentra il maggior numero dei brevetti EPO rilasciati nel periodo 2000-2014 sugli alimenti funzionali, con una quota del 64,9% (Tabella 3). Ad essa segue il Centro con una percentuale del 30,9%. Il Sud invece paga notevolmente i suoi profondi ritardi strutturali che si ripercuotono anche sui livelli di sviluppo tecnologico concernente gli alimenti funzionali, come dimostra una quota di brevetti di appena il 4%.
Delle regioni italiane, la Lombardia, il Lazio ed il Piemonte sono le prime in termini di domande di brevetti EPO presentati da un richiedente italiano, con quote pari rispettivamente a 33,7%, 24% e 13,5%. Assieme, assommano oltre il 70% delle domande. Cinque sono le regioni italiane che non hanno mai inoltrato domande di brevetto EPO sul tema degli alimenti funzionali nel periodo in esame, specificatamente la Valle d’Aosta, il Trentino Alto Adige, il Molise, la Basilicata e la Campania.
Nel contesto nazionale, la Regione Marche si colloca all’ottavo posto, con una percentuale del 2%. In particolare, nella banca dati dell’EPO sono rinvenibili 8 brevetti europei richiesti da residenti marchigiani nel periodo 2000-2014 (Tabella 4). Questi brevetti riguardano in particolare l’aggiunta di vitamine all’olio di oliva per favorire l’assimilazione del calcio e prevenire quindi l’osteoporosi, la preparazione di dolcificanti colorati da impiegare nei prodotti alimentari, la produzione di estratti di semi di uva a basso contenuto di polifenoli, la selezione e l’utilizzo di fermenti lattici con proprietà probiotiche nei prodotti e negli integratori alimentari e la pasta alimentare arricchita con la luteina, una sostanza naturale nota per le sue proprietà antiossidanti e protettive sulla vista. Le innovazioni introdotte da soggetti marchigiani interessano quindi il settore olivicolo, l’industria dolciaria, il settore viticolo, il lattiero-caseario e la filiera cerealicola.
Da tutte le province delle Marche, ad esclusione di Pesaro e Urbino, è scaturito almeno un brevetto. Macerata si dimostra essere la realtà più innovativa sotto il profilo almeno della presentazione di domande brevettuali.
Tra le aziende che hanno sviluppato questo tipo di brevetti spiccano casi interessanti. Tra queste, vi è un’azienda a conduzione familiare che produce oli di oliva extravergine biologici con le olive provenienti da uliveti di proprietà. L’azienda è impegnata da diversi anni nello sviluppo di prodotti agro-alimentari funzionali nel settore dell’olio in collaborazione con diverse Università sia marchigiane che non. Per via del suo carattere fortemente innovativo, è stata scelta tra le imprese chiamate a rappresentare le Marche all'Expo 2015.
Un altro caso è rappresentato da uno spin off dell’Università di Camerino impegnato nello sviluppo di probiotici prodotti e forniti in forma liofilizzata per applicazioni in campo alimentare, sia umano che animale, e nutraceutico. Ad oggi, questi probiotici sono stati sperimentati ed utilizzati, per esempio, nella produzione di yogurt (da parte di una grande azienda lattiero-casearia della Repubblica Ceca), di integratori alimentari a base di cioccolato, nell’acquacoltura e nella farmaceutica.
In termini assoluti, i dati mostrano quindi una modesta propensione delle imprese marchigiane all’attività di brevettazione sul tema dell’alimentazione funzionale. Se tuttavia si rapporta l’incidenza percentuale dei brevetti marchigiani alla percentuale di spesa complessiva in ricerca e sviluppo sostenuta dal settore pubblico e privato nello stesso periodo si ottengono risultati interessanti. Riguardo alle Marche, il rapporto tra percentuale di brevetti e percentuale di spesa (rapporto A/B nella Tabella 3) risulta infatti tra i più alti e pari ad 1,5. Solo il Lazio e la Lombardia presentano valori migliori. Si potrebbe essere tentati a concludere che le Marche rivelino una maggiore efficienza innovativa della spesa sostenuta rispetto a molte altre regioni. Tuttavia, occorre essere molto cauti in quanto la spesa considerata è quella complessiva e riguarda quindi tutti i settori. Risultati più significativi si avrebbero infatti nel caso in cui fosse possibile isolare la spesa per l’innovazione nel sistema agroalimentare da quella complessiva. 

Tabella 3 - Distribuzione per regione delle domande di brevetto sugli alimenti funzionali con richiedente italiano, 2000-2014, Italia

* Per gli anni 2001, 2002 e 2006 i dati sono mancanti
Fonte
: nostra elaborazione su dati EPO e Eurostat

Tabella 4 – Domande di brevetto sugli alimenti funzionali con richiedente marchigiano, 2000-2014

Fonte: nostra elaborazione su dati EPO

Considerazioni di sintesi 

Gli alimenti funzionali sono cibi che rispondono al bisogno di migliorare la propria salute e ridurre i rischi di malattia. Il tema sta assumendo un’importanza crescente sia per i consumatori, sempre più consapevoli dei benefici derivanti dal consumo di alimenti sani e nutrienti, che per l’industria della trasformazione e distribuzione, per la possibilità di intercettare una domanda di mercato crescente. Per questo motivo, un quadro normativo più organico che assicuri un’informazione chiara ed adeguata, armonizzi le regole commerciali e al contempo favorisca l’innovazione di prodotto nell’industria alimentare risulta più che mai necessario.
I dati fin qui presentanti, da prendere tuttavia con la dovuta cautela essendo limitati alle sole domande di brevetto europeo, mostrano come il livello di innovazione riguardante gli alimenti funzionali in Italia sia relativamente contenuto (sebbene l’Italia sia comunque fra i primi 10 paesi innovatori) e sia cresciuto a ritmi molto lenti. Nelle Marche, poi, risulta particolarmente basso in termini assoluti, specie se paragonato a quello di regioni come Lazio e Lombardia. Ciononostante, la capacità brevettuale in rapporto alla spesa complessiva per la ricerca e lo sviluppo risulta fra le più alte. Dall’analisi degli ambiti innovativi, emerge, poi, come l’innovazione degli alimenti funzionali si sia indirizzata verso i settori olivicolo, lattiero-caseario, cerealicolo, viticolo e l’industria dolciaria. Il problema, però, è capire se questi tipi di alimenti possano avere concrete possibilità di crescita e sviluppo nel sistema agroalimentare marchigiano anche in considerazione del fatto che la politica regionale sembra piuttosto puntare sui prodotti naturali, tipici, biologici, a km zero e OGM free, che sostanzialmente negano il concetto di alimento modificato. Ad ogni modo, sul fronte finanziario e dell’iniziativa politica, possibili prospettive per gli alimenti funzionali e per le innovazioni in genere nel sistema agroalimentare marchigiano potrebbero emergere con il nuovo PSR 2014-2020. Dei vari obiettivi trasversali che la Regione Marche intende perseguire, vi è infatti quello dell’innovazione attraverso il supporto di azioni di ricerca e sperimentazione intraprese dai cosiddetti gruppi operativi, chiamati a sviluppare, collaudare, adattare e realizzare progetti innovativi su precise tematiche individuate dalla Regione. Tra le priorità, vengono indicati la qualità e la sicurezza dei prodotti alimentari e, appunto, i cibi funzionali ad una dieta sana ed equilibrata (Fiorani, 2014).
Come però questi gruppi operativi si formeranno o saranno incentivati a formarsi e per quali obiettivi concretamente si costituiranno risulta ancora poco chiaro, specie in questa fase dove il PSR delle Marche attende ancora l’approvazione definitiva dell’UE. Tuttavia, è proprio da questi meccanismi e quindi dalle modalità di implementazione del PSR che dipenderà l’efficacia del partenariato europeo dell’innovazione e dei gruppi operativi, che si spera non vadano semplicemente a gonfiare le fila delle iniziative e degli enti già preposti all’innovazione ma rappresentino uno strumento concreto ed efficace nel sostenere processi di crescita e innovazione nel sistema agroalimentare delle Marche.

Note

(1)A food can be regarded as ‘functional’ if it is satisfactorily demonstrated to affect beneficially one or more target functions in the body, beyond adequate nutritional effects in a way that is relevant to either an improved state of health and well-being and/or reduction of risk of disease. Functional foods must remain foods and they must demonstrate their effects in amounts that can normally be expected to be consumed in the diet. […] They are not pills or capsules, but part of a normal food pattern” (Diplock et al., 1999).
(2) I dati sono stati estratti utilizzando query di ricerca multiple al seguente indirizzo: [link]
(3) Il numero di brevetti così come l’intensità di ricerca potrebbero sottostimare il livello reale di innovatività in un dato settore. Questo è tanto più vero in realtà caratterizzate dalla presenza di imprese molto piccole, che non hanno alcuna strategia innovativa né forniscono un contributo in questa direzione, proveniente invece dalle poche imprese di dimensioni maggiori. Inoltre, l’innovazione nel sistema agroalimentare si esprime più frequentemente con la realizzazione di un flusso continuo di prodotti incrementali o imitativi, piuttosto che con lo sviluppo di prodotti assolutamente nuovi e brevettabili. L’innovazione poi non risiede solo nella modifica delle caratteristiche intrinseche del prodotto ma anche in altri aspetti ugualmente di rilievo come la logistica, la conservazione, il confezionamento, il formato, le modalità di uso e preparazione (Esposti, 2005).

Riferimenti bibliografici 

Diplock A.T., Aggett P.J., Ashwell M., Bornet F., Fern Ernest B., Robertfroid M.B. (1999),  Scientific Concepts of Functional Foods in Europe: Consensus Document, British Journal of Nutrition, 81, S1–S27. [Link]
Esposti R. (2005), Cibo e tecnologia: scenari di produzione e consumo alimentare tra tradizione, convenienza e funzione, Agriregionieuropa, anno 1, n.3, Dicembre. [Link]
European Commission (2010), Functional Foods, European Research Area, Food, Agriculture & Fisheries & Biotechnology, Luxembourg: Publications Office of the European Union. [Link]
Fiorani S. (2014), “L’approccio agro-ambientale nel nuovo PSR della Regione Marche”, Relazione presentata in occasione del Seminario Agrimarcheuropa “La sostenibilità ambientale nella nuova programmazione 2014-2020”, Ancona, 29 Luglio. [Link]
Fondazione Aristide Merloni (2011), Il sistema della ricerca e dell’innovazione nelle Marche. I modelli di innovazione e le politiche regionali, Maggio. [Link]
Osservatorio Unioncamere Brevetti e Marchi (2009), Alimenti funzionali nel settore agroalimentare, Unioncamere in collaborazione con Consorzio per l’innovazione tecnologica. [Link

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